La scelta della mediazione nelle relazioni conflittuali
- Francesca Panarello
- 27 mar 2019
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 30 mag 2019

Generalmente con il termine conflitto (dal latino conflictus = urto, scontro) si intende una divergenza di opinioni, un’ incompatibilità di interessi, una contrapposizione di scopi; in tutti questi casi il termine rinvia ad uno “stato” della relazione: più precisamente, indica una relazione antagonistica tra due o più persone; essendo, la relazione, una dimensione dinamica della persona come tale soggetta a trasformazioni, si può considerare il conflitto un “processo” attraverso cui la persona umana può “imparare” a ri/organizzare le proprie relazioni.
Quindi, il conflitto è una relazione “trattabile” e “gestibile”. Questa accezione qualitativa del conflitto, si contrappone a quella quantitativa, secondo cui esso rappresenterebbe la forma di massima manifestazione di una mera divergenza di idee, che progredisce fino all’esasperazione e allo scontro violento verbale e/o fisico.
Il conflitto, viceversa, non è di per sé uno stato patologico e non assume un significato negativo, anche se provoca sofferenza, viene avvertito come una minaccia e vissuto con fastidio, quando non con dolore, tanto da evitarlo quanto più possibile; in realtà, se mis-conosciuto e/o irrisolto è potenzialmente molto pericoloso anche e soprattutto per il benessere psico-fisico delle persone coinvolte. Per questo motivo è necessario che sia adeguatamente gestito[1], affinchè diventi un’opportunità di rinnovamento; in questa prospettiva la gestione del conflitto secondo modalità mediative si colloca come opportunità di “educazione” al riconoscimento del conflitto, alla percezione dei propri interessi e al cambiamento.
Il conflitto è, quindi, una forma evoluta di relazione finalizzata all’apprendimento di “competenze sociali” , un momento di apprendimento e trasformazione: accedere ad una simile idea favorisce la ri-generazione dei legami affettivi-sociali e consente di assumere la potenzialità maieutica, e, infine, la portata “educativa”dei percorsi di “mediazione dei conflitti”.
Infatti, nella prospettiva fin qui delineata la “mediazione” non serve a trovare una soluzione, almeno non nel senso di “legittimare” una “pretesa” e/o una “posizione”. Il mediatore non è un intermediario che “smussa” le posizioni configgenti al fine di giungere ad un accomodamento e a un compromesso.
In questa direzione meglio l’assistenza di un difensore, la garanzia di un giudice terzo e, da ultimo, i rimedi “deflativi” delle forme c.d. “alternative” di risoluzione dei conflitti (conciliazione, arbitrato etc…).
La mediazione consente, invece, di gestire il conflitto perché dà spazio ai bisogni personali ad esso sottesi e permette che la situazione di tensione evolva verso una relazione “educata” e responsabile”, in cui le persone assumono consapevolezza dei propri interessi e delle proprie risorse: ciò in quanto il percorso di mediazione – intesa come gestione della relazione conflittuale - consente di trarre dalle persone il meglio di sé, per condurle alla trasformazione delle loro modalità relazionali.
da La scelta della mediazione nelle relazioni conflittuali di Francesca Panarello in Proposta educativa 2/10.
Comments